Assumere in una PMI: quale contratto di lavoro scegliere
Una piccola impresa decide di assumere. Ha trovato la persona, c'è l'accordo sulla retribuzione, manca un passaggio che sembra una formalità ma non lo è: con quale contratto. Tempo determinato o indeterminato? Apprendistato? Part-time? È una scelta che incide sul costo del lavoro, sulla flessibilità, sugli incentivi a cui si può accedere e sul rapporto con la persona.
Molti imprenditori la affrontano per abitudine, o delegandola interamente, senza capire cosa stanno scegliendo. Eppure conoscere le principali forme contrattuali, e quando ciascuna conviene, permette di prendere una decisione consapevole, spesso con un risparmio concreto.
Questa guida passa in rassegna i principali contratti di lavoro subordinato, spiega caratteristiche e regole essenziali di ciascuno, e aiuta a capire quale scegliere a seconda della situazione. Non sostituisce il consulente del lavoro, che resta indispensabile per la stesura e gli adempimenti, ma serve a sapere cosa chiedere e perché.
Il quadro: una scelta che pesa più di quanto sembri
La forma del contratto non è un dettaglio amministrativo. Influisce su quattro fronti:
- Il costo del lavoro: contratti diversi hanno oneri contributivi diversi
- La flessibilità: alcuni contratti sono pensati per esigenze temporanee, altri per rapporti stabili
- Gli incentivi: molti sgravi contributivi sono legati a una forma contrattuale precisa, in genere il tempo indeterminato
- Il rapporto con la persona: la stabilità offerta incide sulla motivazione e sulla volontà di restare
La regola di fondo, prima di entrare nel merito: il contratto va scelto in base alla natura reale dell'esigenza. Un fabbisogno stabile chiede un contratto stabile; un'esigenza davvero temporanea può giustificare un contratto a termine. Forzare la natura del rapporto, oltre a creare problemi, fa perdere opportunità.
Il contratto a tempo indeterminato
È la forma standard del rapporto di lavoro: non ha una data di scadenza. Il rapporto prosegue finché non interviene un licenziamento (per giusta causa o giustificato motivo), le dimissioni del lavoratore o il pensionamento.
Quando conviene. Quando l'esigenza è strutturale: serve una persona stabilmente, per un ruolo che fa parte dell'organizzazione. È anche la forma che dà accesso alla maggior parte degli sgravi contributivi: quasi tutti gli incentivi all'assunzione (giovani, donne, categorie svantaggiate) premiano proprio il tempo indeterminato.
Aspetti pratici. Si può prevedere un periodo di prova, la cui durata massima è stabilita dal contratto collettivo applicato e in genere non supera i sei mesi: durante la prova il rapporto può essere interrotto senza obblighi per le parti. È la forma più tutelata per il lavoratore, e quella che le persone più ambiscono: offrirla è anche una leva per attrarre e trattenere.
L'idea diffusa che il tempo indeterminato "costi di più" va corretta: grazie agli incentivi e alla maxi-deduzione del costo del lavoro, un'assunzione a tempo indeterminato di una persona che rientra in una categoria agevolata può risultare molto conveniente. Il quadro completo è in Costo del lavoro 2026: come ridurlo legalmente.
Il contratto a tempo determinato
Ha una durata prestabilita: una data di scadenza, oltre la quale il rapporto si chiude (salvo proroga o rinnovo). È lo strumento della flessibilità, ma con regole precise da rispettare.
Le regole essenziali.
Un contratto a termine può durare, in linea generale, fino a 12 mesi liberamente; può arrivare fino a un limite complessivo di 24 mesi, ma oltre i 12 mesi servono le causali previste dalla normativa. Sono ammesse fino a quattro proroghe entro il limite complessivo. Tra un contratto e l'altro con lo stesso lavoratore va rispettato un intervallo minimo (di norma 10 giorni per i contratti fino a sei mesi, 20 giorni per quelli più lunghi). Superare i limiti di durata o di numero di proroghe comporta la conversione del rapporto a tempo indeterminato.
Quando conviene.
Quando l'esigenza è realmente temporanea: un picco di lavoro, una sostituzione, un progetto a termine, un'attività stagionale. Va usato per ciò che è: uno strumento per esigenze circoscritte, non un modo per rimandare a tempo indefinito la stabilizzazione.
Da sapere.
Il contratto a termine ha in genere un costo contributivo leggermente superiore a quello a tempo indeterminato, e i lavoratori a termine hanno un diritto di precedenza in alcune assunzioni successive dell'azienda.
L'apprendistato: spesso il più conveniente per i giovani
L'apprendistato è il contratto più sottovalutato dalle PMI, e spesso il più vantaggioso quando si inserisce un giovane. Va chiarito subito un equivoco: l'apprendistato è un contratto a tempo indeterminato, non un contratto precario. Ha una particolarità: è "a causa mista", unisce lavoro e formazione.
Come funziona.
L'apprendistato prevede un periodo formativo durante il quale il lavoratore acquisisce competenze, con una retribuzione che cresce progressivamente. Al termine del periodo formativo, se nessuna delle parti recede, il rapporto prosegue come ordinario contratto a tempo indeterminato. Esistono tre tipologie: per la qualifica e il diploma professionale, professionalizzante (il più diffuso nelle PMI), e di alta formazione e ricerca. L'apprendistato professionalizzante si rivolge in genere ai giovani tra i 18 e i 29 anni.
Perché conviene.
Il vantaggio principale è contributivo. Le aliquote a carico del datore di lavoro sono nettamente ridotte rispetto a un contratto standard: per le imprese fino a 9 dipendenti l'aliquota è particolarmente bassa nei primi due anni, mentre per le imprese più grandi si applica un'aliquota agevolata per tutto il periodo formativo. In più, il vantaggio contributivo prosegue per un periodo anche dopo la trasformazione in rapporto ordinario. Si aggiunga che l'apprendista, entro certi limiti, è escluso dal computo dei dipendenti ai fini di alcune soglie dimensionali.
Quando conviene.
Quando si inserisce un giovane che va formato, costruendo competenze interne. È lo strumento ideale per le PMI che vogliono far crescere risorse "su misura" abbattendo il costo del lavoro. Comporta però un impegno: la formazione è obbligatoria, va redatto un piano formativo e va rispettato un rapporto massimo tra apprendisti e lavoratori qualificati.
Il part-time
Il part-time non è un contratto a sé, ma una modalità di orario: si può avere un part-time a tempo indeterminato o a tempo determinato. Prevede un orario ridotto rispetto al tempo pieno, e può essere organizzato in tre forme: orizzontale (meno ore ogni giorno), verticale (giornate piene ma solo in alcuni giorni), misto.
Quando conviene.
Quando il fabbisogno di lavoro è strutturalmente inferiore al tempo pieno, o per andare incontro a esigenze di conciliazione del lavoratore. È una leva di flessibilità organizzativa, e può rendere sostenibile un'assunzione che a tempo pieno non lo sarebbe.
Le altre forme: a chiamata e somministrazione
Per completezza, due strumenti per esigenze specifiche.
Il lavoro intermittente (a chiamata).
Il lavoratore si rende disponibile e viene chiamato solo quando l'azienda ne ha bisogno. È pensato per attività discontinue (un caso tipico è la ristorazione). Ha una forma scritta obbligatoria e un limite massimo di giornate con lo stesso datore in un arco di tempo, oltre il quale il rapporto si converte a tempo indeterminato. Dà flessibilità all'azienda ma poca stabilità al lavoratore.
La somministrazione.
Coinvolge tre soggetti: il lavoratore, l'agenzia per il lavoro che lo assume e lo retribuisce, e l'azienda utilizzatrice presso cui lavora. È apprezzata per la gestione amministrativa semplificata e per la rapidità con cui si può adattare l'organico, lasciando all'agenzia la ricerca e la selezione.
Una nota: stage e tirocinio non sono contratti di lavoro
Va chiarito, perché è fonte di confusione: lo stage o tirocinio non è un contratto di lavoro. È un periodo di formazione e orientamento, con regole proprie. Non va usato come sostituto di un'assunzione: non può servire a coprire un fabbisogno di lavoro ordinario né a sostituire personale. Per inserire davvero una persona in azienda serve un contratto di lavoro vero e proprio.
Come scegliere: una bussola pratica
Mettendo insieme il quadro, ecco un criterio di orientamento.
- L'esigenza è stabile e strutturale? → tempo indeterminato. È anche la forma che apre alla maggior parte degli incentivi
- Stai inserendo un giovane da formare? → valuta seriamente l'apprendistato: spesso è la scelta più conveniente, e sfocia comunque in un rapporto stabile
- L'esigenza è realmente temporanea (picco, sostituzione, stagione, progetto)? → tempo determinato, rispettando limiti e causali
- Il fabbisogno è inferiore al tempo pieno? → part-time, eventualmente combinato con un'altra forma
- L'attività è discontinua e imprevedibile? → valuta il lavoro intermittente
- Ti serve rapidità e gestione amministrativa esternalizzata? → valuta la somministrazione
Una raccomandazione che vale per tutti i casi: la scelta del contratto va fatta insieme alla valutazione degli incentivi disponibili. Spesso la stessa persona, assunta con una forma anziché un'altra, attiva agevolazioni molto diverse. Decidere la forma contrattuale senza guardare agli sgravi significa, spesso, lasciare soldi sul tavolo. Per il quadro degli incentivi all'assunzione, vedi Costo del lavoro 2026: come ridurlo legalmente.
Oltre il contratto: trattenere le persone
Scegliere bene il contratto è il primo passo, ma assumere è anche una questione di rendere l'impresa un posto dove le persone vogliono restare. Qui entrano in gioco altri strumenti: il welfare aziendale, che arricchisce il pacchetto retributivo senza gonfiare il costo del lavoro, e la formazione, che fa crescere le competenze. Sono leve che completano la scelta contrattuale e contano sempre di più in un mercato del lavoro in cui trattenere le persone qualificate è difficile.
Per pianificare al meglio le assunzioni e l'organizzazione del lavoro, un assessment della situazione aziendale aiuta a inquadrare le priorità: la scorecard gratuita di dishine è un punto di partenza.
FAQ
Quali sono i principali contratti di lavoro per assumere?
I principali contratti di lavoro subordinato sono: il tempo indeterminato (forma standard, senza scadenza), il tempo determinato (con durata prestabilita), l'apprendistato (a tempo indeterminato, con formazione), il part-time (orario ridotto), il lavoro intermittente e la somministrazione. Ognuno risponde a esigenze diverse.Quando conviene il contratto a tempo indeterminato?
Quando l'esigenza è strutturale e serve una persona stabilmente. È anche la forma che dà accesso alla maggior parte degli sgravi contributivi: quasi tutti gli incentivi all'assunzione premiano il tempo indeterminato. Con incentivi e maxi-deduzione, un'assunzione stabile può risultare molto conveniente.Quali sono i limiti del contratto a tempo determinato?
In linea generale può durare fino a 12 mesi liberamente, e fino a un limite complessivo di 24 mesi con le causali previste. Sono ammesse fino a quattro proroghe entro quel limite, con un intervallo minimo tra un contratto e l'altro. Superare i limiti comporta la conversione a tempo indeterminato.L'apprendistato è un contratto precario?
No. L'apprendistato è un contratto a tempo indeterminato, finalizzato alla formazione e all'inserimento dei giovani. Al termine del periodo formativo, se nessuna delle parti recede, prosegue come ordinario rapporto a tempo indeterminato. Non è quindi un contratto a termine.Perché l'apprendistato conviene alle PMI?
Soprattutto per il vantaggio contributivo: le aliquote a carico del datore di lavoro sono nettamente ridotte rispetto a un contratto standard, e il vantaggio prosegue per un periodo anche dopo la trasformazione in rapporto ordinario. È lo strumento ideale per inserire e formare un giovane abbattendo il costo del lavoro.Cosa è il part-time e quando conviene?
Il part-time è una modalità di orario ridotto rispetto al tempo pieno, applicabile sia al tempo indeterminato sia al determinato. Può essere orizzontale, verticale o misto. Conviene quando il fabbisogno di lavoro è strutturalmente inferiore al tempo pieno o per esigenze di conciliazione del lavoratore.Lo stage è un contratto di lavoro?
No. Lo stage o tirocinio non è un contratto di lavoro, ma un periodo di formazione e orientamento con regole proprie. Non può essere usato per coprire un fabbisogno di lavoro ordinario né per sostituire personale. Per inserire davvero una persona serve un contratto di lavoro vero e proprio.Come scelgo il contratto giusto per assumere?
Partendo dalla natura reale dell'esigenza: stabile e strutturale, tempo indeterminato; un giovane da formare, apprendistato; un'esigenza temporanea, tempo determinato; un fabbisogno inferiore al tempo pieno, part-time. E sempre valutando insieme gli incentivi disponibili, perché la forma contrattuale incide su quali sgravi si possono attivare.Conviene decidere il contratto da soli?
La scelta strategica (quale forma per quale esigenza) può essere fatta dall'imprenditore in modo consapevole, ed è l'oggetto di questa guida. La stesura del contratto, gli adempimenti e la verifica degli incentivi vanno però affidati a un consulente del lavoro, che assicura la correttezza formale e fiscale.Fonti istituzionali di riferimento
- D.Lgs. 81/2015 - Testo Unico sui contratti di lavoro
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - portale Cliclavoro
- INPS - aliquote contributive per le diverse forme contrattuali
- Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro di settore
Questo articolo ha finalità informative e di orientamento. Non sostituisce la consulenza di un consulente del lavoro, indispensabile per la stesura dei contratti e gli adempimenti. Regole e limiti vanno verificati anche alla luce del CCNL applicato. Ultimo aggiornamento: maggio 2026.

Scritto e verificato da Stefano
diShine · consulenza PMI e trasformazione digitale. Ogni guida è basata su fonti ufficiali (GU, MIMIT, Regioni, INVITALIA).
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